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GLI AMICI DI DARCY

DETTAGLI DEL LIBRO

AUTRICE: Elena G. Arhangel'skaja

TRADUTTRICE: Annamaria Strippoli

EDITORE: Daniela Mastropasqua

MARCHIO: To be continued

COLLANA: J.A. 

SETTORE: Narrativa straniera 

GENERE: Variazione romanzi austeniani

ANNO: 2015

ISBN: 978 88 908453 1 4

PREZZO CARTACEO: 16.00 €

EDIZIONE DIGITALE DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE

PAGINE: 387

SITO DELL'AUTRICE: n.p.

PREMESSA: 

Gentili lettori,
Il libro che avete fra le mani è un romanzo russo a tutti gli effetti.
Con questo non si vuol fare riferimento solo alla nazionalità

dell’autrice, ma a tutte le sue caratteristiche intrinseche.
Si tratta di un romanzo ad ampio respiro che vi renderà spettatori dei

primi tredici anni del matrimonio tra Lizzy e Darcy.
Sono tanti gli avvenimenti che si possono verificare in un arco di tempo

così ampio, soprattutto in un romanzo, per questo vi troverete davanti a pagine ricche di eventi, non sempre lieti. Sono tante le cerimonie nuziali a cui sarete invitati, tante saranno anche le nascite a cui vi troverete ad assistere, con maggiore o minore apprensione, ma... ahimè, la vita non può essere fatta solo di questo, neanche in un romanzo, quindi preparatevi ad assistere anche a numerosi funerali, dovendo dire addio persino a qualche protagonista inaspettato.

Si tratta di un romanzo che coinvolge un numero incredibile di personaggi, la maggior parte già noti al pubblico austeniano, altri di nuova invenzione e tante sono le storie che si sviluppano dal filone principale.

Preparatevi a partecipare a numerosi balli, intrattenimenti musicali, spettacoli teatrali, inviti a pranzi, tè pomeridiani, sessioni di shopping e altro ancora.

Godetevi le minuziose descrizioni di abiti e gioielli che con difficoltà potranno far parte della nostra vita reale. Insomma, lasciatevi immergere nel clima ottocentesco che vi avvolgerà.

Quello che avete davanti è un romanzo scritto in russo, ambientato nell’Inghilterra ottocentesca, tradotto in italiano. Non è stato poco il lavoro che tutto questo ha comportato, spero possiate godere dei frutti di queste piacevoli fatiche.

Ancora una volta buona lettura.

Daniela Mastropasqua

INTRODUZIONE ALL'EDIZIONE ITALIANA: 

Il romanzo Mr Darcy i ego Druz’ja è la storia della vita di Lizzy e di Jane nei quasi tredici anni successivi ai loro matrimoni, delle tragiche circostanze della vita di Lydia e di Caroline Bingley, di Mary e di Kitty, e di tutti i personaggi, dei quali abbiamo letto nel romanzo di Jane Austen “Orgoglio e pregiudizio”.

Elena G. Archangel'skaja

NOTA DI TRADUZIONE: 

Traduttore traditore, recita il vecchio adagio, onnipresente nella vita di chi fa questo mestiere e, forse, mai ben tradotto. Una traduzione è una riscrittura, e per forza di cose ti mette davanti a scelte che finiranno per tradirla in parte. Una traduzione letteraria lo è in misura ancora maggiore, perché la forma di un racconto ne è anche sostanza, e la priorità del messaggio, della sua funzionalità nei confronti del lettore, deve cedere il passo anche a un certo grado di fedeltà a ciò che non è funzionale ma semplicemente linguistico, musicale, bello.

Nel tradurre questo romanzo ho attraversato diverse fasi di traduzione intesa come spostamento. Del resto, se trans-ducere è “condurre al di là” questo romanzo ne è testimonianza visibile, direi quasi geografica: scritto in russo, ambientato nell’Inghilterra dell’800 della Austen, tradotto nell’italiano dei nostri giorni. Come si può vedere le tra-duzioni sono state almeno due e la sfida era in primo luogo quella di notare e trasferire nel testo di arrivo sia l’ambientazione inglese e gli “anglicismi” dell’autrice russa che gli inevitabili riferimenti culturali alla Russia, più o meno volontariamente sfuggiti alla sua penna. Un esempio tra tutti può essere quello del termine njanja, una vera categoria letteraria e affettiva della Russia dell’Ottocento. La njanja è in russo la bambinaia, o con una parola più moderna e familiare la tata o la babysitter: nel termine non c’è riferimento necessariamente alla nutrizione, quindi esso non può corrispondere al termine balia nel senso di nutrice. Tuttavia ho ritenuto che l’intimità della parola njanja, che per il mondo russo dell’Ottocento rappresenta una figura di enorme valore, e che inoltre dal punto di vista linguistico è molto legata alla lingua del bambino e alla sua semplice ripetizione di una sillaba, fosse più fedelmente riprodotta con il nostro balia. La balia può essere nell’italiano la nutrice ma anche semplicemente una donna che si prende cura di un bambino altrui, la nanny dell’inglese: a mio parere infatti i tre termini hanno un paragonabile grado linguistico di semplice familiarità e una simile musicalità. Ho scelto in definitiva di

tradurre njanja come “balia” o più di rado come “tata” in contesto più intimo e affettuoso e come “bambinaia” quando indicata semplicemente come babysitter (termine che in ogni caso mi è sembrato fuori luogo rispetto all’ambientazione ottocentesca), per esempio quando si parla delle donne che lavorano nei due asili.

Per quanto riguarda appellativi e toponimi, caratterizzati dalla compresenza di elementi russi e inglesi, ho ritenuto che non fosse il caso di tradurre gli anglicismi Mr, Mrs, Miss, Lord, Lady e Sir, traducendo invece dal russo gli appellativi Generale e Colonnello. Cognomi e toponimi sono stati trascritti all’inglese, tralasciando ovviamente l’abitudine del russo di trasferirne la pronuncia; ho scelto di tradurre i nomi degli animali quando avevano un significato e non erano inglesi ma russi (è il caso di Tuono) e di lasciarli all’inglese quando lo faceva l’autrice (è il caso del pony Minnie).

Alcune volte invece ho scelto di ricreare la bellezza e l’immediatezza del testo originale tradendo un po’ il suo legame con il mondo russo, trasformandone cioè alcuni aspetti che non sono contenuti nella lingua italiana. Per esempio nel capitolo 17 l’espressione belosnežnaja koža, che in un unico aggettivo racchiude il colore bianco e il riferimento alla neve (aggettivo inesistente in italiano, traducibile come “pelle bianca come la neve”) è stata sostituita da un’espressione che in italiano, allo stesso modo, rende in un'unica locuzione a noi più familiare e molto diffusa, il biancore e il materiale a cui è accostato, che è “pelle di porcellana”.

Un ultimo esempio di sfumatura russa del testo che si può gustare solo nell’originale è nel capitolo 22, intriso di riferimenti quasi involontari a due grandi classici della letteratura russa, Le Notti Bianche e La Signora col Cagnolino. Certo, non è possibile ricreare la sensazione che sicuramente un lettore russo avrebbe, e il pensiero immediato ai precedenti letterari della scena, ma il lettore italiano che avrà la pazienza di leggere questa introduzione potrà forse farci caso.

Due questioni a sé stanti sono state quelle riguardanti i due termini russi indus e magometanin. Nel capitolo 37, ambientato in India, l’autrice utilizza spesso il sostantivo indus, che indica in primo luogo l’uomo di religione induista e, in secondo luogo, come spesso succede e con poca precisione,

semplicemente la provenienza geografica di una persona (indiano). Nel russo moderno il termine indus è tuttavia abbastanza desueto, sia nel senso di induista (perché gli viene preferito induist) che in quello di indiano (indinec). Ho scelto di trasferire la sfumatura arcaica del sostantivo utilizzando il termine “indù”, anche in italiano un po’ desueto e legato principalmente all’ambito religioso. Stesso discorso ma con esito traduttivo diverso si è posto per il termine magometanin, che nel capitolo 36 viene utilizzato per un colorito riferimento alla felice intuizione dei “maomettani” di concedersi la possibilità di avere “diverse mogli”. Il termine è nel russo moderno assolutamente desueto e suona un po’ dispregiativo, come del resto anche l’italiano “maomettano” se fuori da un contesto prettamente sette-ottocentesco. Poiché ho ritenuto che magometanin fosse in proporzione molto più in disuso rispetto a indus e che anche in italiano questa proporzione fosse mantenuta, e in considerazione della vasta diffusione del termine “musulmano” e della sfera di significati che a livello intuitivo sono a esso legati, ho scelto in questo caso il termine “musulmano”, a favore della scorrevolezza di lettura nel testo di arrivo.

In definitiva, posso dire di aver optato per una traduzione di servizio, attenta a restituire al lettore italiano un testo quanto più possibile vicino all’originale, sia dal punto di vista delle scelte lessicali che per quanto riguarda la costruzione sintattica, che privilegia la paratassi e un discorso diretto semplice e lineare, non privo di alcune ripetizioni, che ho cercato di mantenere quasi sempre.

Un’ultima importante questione traduttiva è stata quella della scelta degli allocutivi, scelta che anche in questo caso si è rivelata composta di due aspetti. L’autrice utilizza entrambe le forme possibili nel russo, il tu e il voi di cortesia. Stranamente però il tu ha una forte prevalenza rispetto al voi, poiché viene usato anche nelle conversazioni fra pari di ceto nobiliare, ad esempio fra marito e moglie, cognati, cugini o amici dell’alta società, lasciando il voi a marcare l’assenza di intimità o la posizione di vantaggio fra genitori e figli o servitori e padroni. Per quanto in contrasto con la tradizione dei romanzi scritti o ambientati nell’Ottocento, questa scelta stilistica dell’autrice è decisamente marcata, e a mio parere si motiva con

l’idea di voler ambientare il romanzo un po’ più “nei giorni nostri” e, perché no, voler rendere quella sfumatura “british” donando al russo l’illusoria piattezza del pronome allocutivo you. Tale soluzione tuttavia è stata ritenuta inopportuna per il lettore italiano, per cui per scelta stilistica discussa anche con l’Editore, Darcy e Lizzy, così come quasi tutti i protagonisti nobili coetanei, si daranno del voi, esattamente come faranno i subalterni nei confronti dei superiori e i più giovani nei confronti di genitori o parenti.

Secondo aspetto della scelta è stato poi quello fra il voi e il lei. Nell’italiano l’originario sistema bipartito tu-vos di origine latina, mantenuto per tutto il Medioevo, è stato arricchito fra Cinquecento e Seicento dall’introduzione del pronome Lei, che ha creato un sistema tripartito molto ricco, in uso fino agli inizi del Novecento. Il Lei veniva utilizzato per rivolgersi a persone di ceto molto più alto, o fra persone dello stesso ceto ma non conoscenti, mentre la forma di cortesia più “affettuosa” e meno marcata, rimaneva il voi. Eliminato con forza dal regime fascista, in quanto ritenuto forestierismo, il lei è tornato in auge dal dopoguerra in poi, mentre il voi è rimasto in uso soltanto al sud, dove è in netta diminuzione, non ripristinandosi mai più al nord. Un traduttore italiano si trova spesso di fronte al bivio di dover scegliere se utilizzare il voi soltanto per attribuire una sfumatura dialettale o regionalistica, o se conservarlo anche quando si ambienta un romanzo, e quindi una traduzione, nei secoli scorsi, tentando di rendere una sfumatura passata anche a livello stilistico e non solo di contenuti. Personalmente ritengo che un romanzo ambientato nell’Ottocento debba conservare tale sfumatura, che in una traduzione non sia sbagliato utilizzare tutti e tre i pronomi, con significati diversi, e che la forma di cortesia voi, per quanto anacronistica nell’italiano moderno possa essere in linea con molte delle scelte traduttive ancora attuali. Ho ritenuto dunque in definitiva che al lettore “austeniano” e quindi al pubblico di un lavoro come questo, possa non nuocere, anzi risultare più naturale, che Darcy e Lizzy, marito e moglie dell’alta società dell’Ottocento, non si diano del tu, e nemmeno del lei, ma un più familiare per quanto rispettoso voi.

Annamaria Strippoli


 

LA CARROZZA PARTÌ. Lizzy e Darcy, appena dichiarati in chiesa marito e moglie, nonostante i volti sorridenti, erano tesi e imbarazzati. La novità del loro rapporto li agitava e li emozionava. Darcy si voltò verso la giovane moglie che lo guardò e il loro primo bacio mise fine a quell’impaccio. Darcy esclamò: «Finalmente ho tutti i diritti per baciarvi e lo farò fino a casa!»

«Oh no, per favore, non fatelo! Pensate a chi lavora nelle fabbriche di cioccolato: finisce per odiarlo! A casa non vorrete più nemmeno guardarmi. Morirò senza le vostre carezze!...», Darcy sorrise e la baciò di nuovo. «Non baciatemi, caro!», esclamò Lizzy. «Coi vostri baci perdo la testa e a che vi serve una moglie senza testa?»

«Son io che perdo la testa, non voi.»

«Peggio! La vostra testa è più preziosa della mia, la sua perdita è irrimediabile! Cosa direbbe Mrs Reynolds? “Ecco, sono arrivati i coniugi senza testa!”. Sarebbe così poco dignitoso!»

Darcy scoppiò a ridere. “Ho vinto! È mia! Finché morte non ci separi!” Era fiero di sé. Lizzy gli premette la guancia al panciotto e sussurrò: «Ah, come sono felice!». Darcy la sentì. Lo era anche lui. Proseguirono il viaggio in quel modo ancora per un po’ di tempo, temendo che muovendosi quella sensazione straordinaria di felicità sarebbe volata via.

Com’era stato frenetico quel giorno tanto atteso, pensò Lizzy. I vestiti, la chiesa piena di invitati, e lo sposo... Aveva camminato verso di lui al fianco di Jane e di suo padre, che aveva accompagnato entrambe verso i loro sposi promessi, ma aveva avuto occhi solo per lui, per lui soltanto. E alla fine, eccoli insieme. Era come se Darcy le leggesse nel pensiero. Le sollevò la testa, accostò le labbra alla sua fronte e disse piano: «Staremo insieme per tutto il resto della vita». Lei lo abbracciò. «Sì, caro. Sì!»

Darcy ricordò la prima impressione che gli aveva provocato lo sguardo di lei, quella volta al ballo, e quello che aveva detto degli occhi di Lizzy a Miss Bingley quando gli si era avvicinata.

«Avete visto la faccia di Miss Bingley in chiesa?»
«No, avevo occhi solo per voi.»
«Aveste visto che faccia! Ho guardato tutti mentre vi aspettavo. Ho

visto l’espressione di gioia sul viso di Georgiana e quella afflitta di Miss Bingley che era proprio vicina a lei.»

«Non siete generoso. Ma, in questo caso, non lo sono neanche io.»

E si strinse più forte con la guancia al suo petto, mentre sentiva il cuore battergli. Era una calda giornata di luglio. Un piacevole venticello tiepido solleticava i loro visi. I quattro cavalli trainavano senza fatica la loro carrozza scoperta. Intorno non c’era nessuno, solo i cavalli e le grida del cocchiere rompevano il silenzio. D’un tratto Lizzy si mise a ridere. Darcy la guardò stupito. «Stavo pensando a quando dicevo che mai, mai e per nessun motivo al mondo vi avrei sposato», le sorrise.

«Se solo aveste visto la faccia di Mr Bennet quando gli dissi che ero lì a chiedere la vostra mano. È difficile immaginare uno stupore maggiore. Era chiaro che non aveva il minimo sentore della nostra relazione.»

«La nostra relazione...», ripeté Lizzy incredula.

Chiuse gli occhi e poggiò la testa sulla spalla di Darcy. Lui respirò il leggero e dolce profumo di gelsomino che veniva dai suoi capelli. Voleva baciarli, e cercò di sfilarle il cappellino con il velo, ma non ci riuscì.

«No, non ci riuscirete mai! Invece io sì!» Così dicendo gli tolse dalla testa il cilindro poggiandolo accanto a sé. «Mi impedisce di vedere i vostri occhi e... e di baciarvi!» E fece scorrere affettuosamente le sue piccole dita sul viso di lui. Lui le prese la mano e se la portò alle labbra. Non l’aveva mai visto così, con gli occhi luccicanti di felicità e quel sorriso dolce. Era straordinariamente bello, di una bellezza che le era nuova; non più quella fredda, tranquilla, fatta di sentimenti accuratamente celati, quella che tutti conoscevano. Voleva dirgli qualche parola d’amore, non ancora mai detta, ma non ne conosceva. Tuttavia non c’era bisogno di parole. Lui era lì, vicino, il viso accanto al suo, le labbra che si posavano di nuovo sulle sue, e il cuore che di nuovo le batteva forte.

La strada per Pemberley non sembrò loro lunga né faticosa. Si godettero, finalmente, la libertà che il matrimonio aveva loro assicurato, la

libertà di potersi mostrare affetto, ed erano felici. Poi Darcy indossò il cilindro, sistemò il cappello di Lizzy, un po’ scomposto, e disse: «Siamo entrati nella nostra tenuta. Ora dobbiamo essere discreti, mia cara». La loro carrozza stava attraversando il bellissimo parco della tenuta di Pemberley.

Lizzy ripensò a quando, durante il viaggio con i Gardiner nel Lake District, erano passati da Pemberley, dove la governante, Mrs Reynolds, in assenza di Mr Darcy, aveva mostrato loro le stanze degli ospiti e lodando il padrone aveva detto: “Non riesco a immaginare una fidanzata che sia degna di lui!”. Il ricordo di quelle parole la spaventò. “Come l’avrebbero accolta? L’avrebbero ritenuta degna del padrone di casa? Come sarebbe andata?” Erano già le cinque del pomeriggio.

«Lizzy guardate, ora dopo la curva vedrete la mia casa, la nostra casa, la vostra casa, tesoro!»

Darcy attendeva con impazienza l’arrivo a destinazione. Fantasticava su come avrebbe portato Lizzy in giro per la tenuta, mostrandole le camere che ancora non conosceva, su come sarebbe stato tutto il giorno al suo fianco e su tutto quello che sarebbe arrivato nella loro relazione, e del quale si sarebbero riempiti i giorni e le notti, con le gioie e le preoccupazioni. Era emozionato per quella giornata, felice e chiassosa, lunghissima, e della quale era così difficile attendere ancora la conclusione.

ESTRATTO DAL CAPITOLO 1 - ARRIVO A PEMBERLEY

 

RECENSIONI SUL WEB

Sono molto esigente in genere con i sequel ma questo in particolare mi ha conquistato proprio per il suo realismo e la sua semplicità. Privo di fatti eclatanti, misteri da risolvere ma comunque registrando gli eventi belli e brutti, gravi e meno gravi che normalmente accadono nella vita quotidiana, ci presenta l'immaginario proseguo delle vite delle sorelle Bennet e dei parenti e amici di Darcy. Un grande almanacco che ha registrano nuove nascite ed unioni ma anche nuovi ingressi nella cerchia di conoscenze dei Darcy che mantengono la centralità della storia. Lo scorrere del tempo restituisce personaggi fedeli all'originale e la semplicità della narrazione conferisce credibilità alle vicende che li vedono coinvolti. In una geografia un po' approssimata di Pemberley e dintorni, e in un tempo indefinito, Darcy va in ufficio nella City per poi tornare all'ora del tè mentre Lizzie decide di pulire la soffitta e farne una stanza relax per marito e figli. Lo consiglio a tutte le lettrici.

Romina Angelici da Anobii

Adoro questa casa editrice e ne apprezzo il lavoro di traduzione. Tuttavia, questo libro non è all'altezza degli altri seguiti o spin off che ho letto di Jane Austen. In alcune parti ho trovato i personaggi completamente fuori dal loro ruolo, allo stesso tempo alcuni episodi mi hanno fatto storcere il naso. Tuttavia si fa leggere amabilmente.

Cris da Amazon